domenica 6 ottobre 2013

Community dedicata su Google+





Nonostante io non sia un esperto, credo di essere riuscito ad attivare una Community su Google+ dedicata alla discussione ed allo scambio di idee utili per cercare di reagire alla violenza psicologica.

Lo spazio virtuale ha il nome “Guerra psicologica per motivi di lavoro” e, per potervi accedere, è necessaria una unica condizione: non essere dei narcisisti perversi.

Suggerisco questa procedura. Per prima cosa è preferibile attivare un indirizzo e-mail “coperto”, ovvero con un nome di fantasia. In caso di difficoltà è possibile utilizzare le istruzioni “Crea un nuovo account Google” disponibili nel Web. Successivamente, per chi non lo avesse già fatto, è preferibile attivare l’opzione “Accedi” presente in questo Blog www.guerrapsicologicasullavoro.blogspot.com per diventare lettori fissi. Il comando “Accedi” si trova in basso, sulla colonna di destra, subito dopo il testo “Riservatezza”. Fatto questo, rimane solo la necessità di registrarsi in Google+ e nella Community “Guerra psicologica per motivi di lavoro”.

Se ho detto delle inesattezze vi prego di comunicarmelo alla mail box patroclo.due@gmail.com

Come avrete notato non è possibile fare commenti ai post. E’ stata una scelta precisa, perché lo scopo di questa iniziativa è far comprendere e divulgare l’esistenza della violenza perpetrata con la strategia delle sistematiche vessazioni, psichiche e morali, attuata per motivi di lavoro, ed i commenti avrebbero potuto rendere difficoltosa la consultazione. Con la Community dedicata si pone rimedio a questa carenza, senza appesantire la lettura del Blog.

La Community non è moderata, né in alcun modo da me controllata. E’ uno spazio riservato per la comunicazione costruttiva.

domenica 29 settembre 2013

Lettera agli psicopatici perversi


Se hai una personalità marcatamente narcisistica, ovvero hai una Personalità Borderline, una Personalità Antisociale, una Personalità Psicopatica oppure una Personalità Paranoide, questo Blog tematico non fa per te.

Non è una colpa avere un disturbo di personalità. Non critico o mi permetto di giudicare la persona. Ognuno di noi è "perfetto ed unico" così com'è. Però non condivido le azioni socialmente dannose che, tipicamente, i narcisisti estremi compiono, talvolta inconsapevolmente.

Il contenuto del Blog è interamente rivolto alle persone che, ogni giorno, combattono perché si affermi il Diritto, e non la legge del più forte; alle persone che svolgono con passione il proprio lavoro, qualunque esso sia. Per cui i parassiti e gli arrampicatori sociali non troveranno argomenti a loro congeniali. 

Gli argomenti trattati mostrano una realtà molto diversa da quella che ci viene continuamente rappresentata con i mezzi di informazione di massa. Per un insieme complesso di motivi gli argomenti illustrati, spesso, sono controintuitivi, ovvero sembrano non trovare una conferma diretta con le convinzioni che abbiamo tratto nel tempo, vivendo la nostra esistenza. Non pretendo di avere la verità assoluta, ovviamente; sono solo una persona che ha deciso di mettere in forma scritta e divulgare le proprie personali convinzioni. Mi accontento quindi di mostrare la realtà dei luoghi di lavoro da una prospettiva diversa, insolita, ... purtroppo talvolta drammatica. 

Nel nostro Paese si stima che le vittime di violenza psicologica perpetrata nei luoghi di lavoro siano dalle 800.000 al 1.000.000. In Svezia almeno il 4% dei suicidi è riconducibile a questa forma di violenza ancora nascosta.

Se riuscissi a rasserenare o far riflettere e dare forza anche ad una sola vittima della violenza psicologica perpetrata con la strategia delle sistematiche vessazioni, mi riterrei ampiamente soddisfatto e potrei dichiarare "missione compiuta".

Non c'è vergogna ...


Non c'è vergogna nel cadere, ... semmai nel non provare a rialzarsi.

A chiunque può capitare di rimanere vittima della violenza perpetrata con la strategia delle sistematiche vessazioni, psichiche e morali. Può accadere al lavoro, ma anche in famiglia o nel circolo politico. L'imperativo è reagire!


mercoledì 25 settembre 2013

Mediatori criminali nei luoghi di lavoro





Una volta realizzato che siamo in guerra, una delle prime cose che è necessario fare è individuare chi realmente comanda il nemico.

Non è affatto semplice perché nella violenza perpetrata con la strategia delle sistematiche vessazioni, psichiche e morali, il burattinaio si nasconde e lascia che agiscano altri. Quindi il nostro collega di lavoro che opera nell’ufficio accanto e che ci contraddice ogni volta che facciamo un’affermazione, potrebbe benissimo essere la persona che più ci irrita, ma anche uno strumento in mano ad altri. Lo stesso principio vale se lavoriamo in un istituto di credito, in un cantiere, in una scuola, in un laboratorio, in una mensa, in una fattoria per la coltivazione, in un ente territoriale della pubblica amministrazione.

Ci sono delle personalità che, per la loro stessa natura, tendono ad operare al di fuori delle regole di civile convivenza. Se possibile è necessario studiare ed analizzare il loro comportamento, perché tutto ciò ci potrebbe permettere di comprendere chi tira realmente i fili della vicenda.

Una di queste personalità da tenere sotto controllo possiamo chiamarla il “Mediatore criminale”.

Il Mediatore criminale sceglie liberamente di operare al di fuori delle regole di civile convivenza. Ne è perfettamente consapevole. Agisce tipicamente per ottenere il massimo vantaggio personale in ogni transazione in cui riesce ad inserirsi. Un comportamento raziocinante finalizzato ad operare interventi di mediazione con la logica del “Io vinco – Tu perdi”, con benefici soprattutto economici che oltrepassano ampiamente le sanzioni cui potrebbe andare eventualmente incontro quando scoperto.

Questo soggetto riesce ad inserirsi in punti vitali delle organizzazioni ed attiva le sue trame portando sulla cattiva strada un numero limitato di figure compiacenti. Infatti, per riuscire nel suo intento, ha necessità che il mandato istituzionale, l’attività professionale, il flusso produttivo si svolgano con apparente regolarità. Lui devia a suo favore una parte delle risorse, quella parte che, in ogni caso, consenta l’apparente svolgimento del lavoro nel suo complesso.

Supponiamo che, ad esempio, in una struttura ospedaliera un reparto abbia necessità di avere un finanziamento di trecentomila euro l’anno per produrre mille prestazioni. Il Mediatore criminale lo porterà gradualmente a rinunciare ad una significativa quota di denaro, quella quota tale da ridurre le prestazioni del solo cinque percento spremendo, contemporaneamente, i propri collaboratori con turni di lavoro impossibili, non sottoponendo regolarmente alla manutenzione le macchine ed altre abnormità simili. Le risorse che lui sfrutta per valorizzare se stesso devono essere sempre a carico di altri.

Ovviamente questa moderna figura di parassita sociale può comportarsi in questo modo se altri soggetti glielo permettono, per questo tende a realizzare alleanze occulte con chi può favorirlo.

Il comportamento del Mediatore criminale è sempre caratterizzato da un esagerato narcisismo.

Alla base delle sue prerogative per le quali viene generalmente scelto, c’è una straordinaria capacità nell’utilizzare la comunicazione per manipolare, sedurre, affascinare i suoi interlocutori. Un esperto in relazioni umane, in realtà non autentiche, capace di assoggettare gli altri con la seduzione professionale o con la paura di una ritorsione. In estrema sintesi questa è la sua unica caratteristica peculiare che può spendere nel mercato del lavoro.

L’attività che viene affidata in genere al Mediatore criminale è quella di manager, di dirigente di una qualche struttura, di un qualche reparto. Questo suo ruolo gli permette di individuare le esigenze inconfessate, i sogni, i desideri, le aspettative dei componenti del gruppo lavorativo, per poi interpretarli, selezionarli, renderli concretamente realizzabili con provvedimenti o decisioni, in modo da generare, al contempo, riconoscenza e timore reverenziale.

Questo soggetto deve essere fornito di capacità per operare tranquillamente in condizioni di illegalità, deve saper convivere con le minacce di sanzioni, deve saper ammantare di apparente legalità le sue malefatte, deve sapersi proteggere e possedere un’ampia conoscenza di persone disponibili a partecipare, coprire, realizzare illeciti. Le capacità per operare tranquillamente in condizioni di illegalità sono apprezzate in modo direttamente proporzionale al numero dei soggetti che, di fatto, partecipano all’illecito.

E’ possibile suddividere queste figure in due grandi insiemi: i Mediatori criminali nascosti ed i Mediatori criminali palesi.

I Mediatori criminali nascosti sono i soggetti che, pur non partecipando direttamente alla vita professionale, sociale o politica, quindi non entrando direttamente nelle transazioni, svolgono comunque efficacemente la loro tipica attività. Condizionano grandemente i contesti lavorativi. Sono quei funzionari che, pur ricoprendo un ruolo specifico ad esempio nelle Università degli Studi, negli Uffici giudiziari, nelle Strutture socio-sanitarie, dedicano in realtà la maggior parte delle loro energie a tutt’altra cosa, in modo assolutamente non evidente.

I Mediatori criminali palesi sono i soggetti che partecipano direttamente alla vita professionale, sociale e politica, condizionandola significativamente.

I soggetti in questione devono avere la capacità di allacciare reti di relazioni, legami di fiducia forti, di indurre reciproci favori, di stabilire obblighi morali, di riconoscere nelle persone soprattutto le motivazioni più recondite, i desideri più nascosti, così da renderli deboli e poter operare la manipolazione subdola. Queste personalità tendono più facilmente di altri ad utilizzare la violenza perpetrata con la strategia delle sistematiche vessazioni, psichiche e morali.


sabato 21 settembre 2013

Nati sumus ad congregationem hominus et ad societatem comunitatem que generis humani



Noi, uomini e donne, siamo nati con l’istinto dell’unione, dell’associazione e delle comunanza propri del genere umano

Il dirigere, il realizzare la propria visione organizzativa, il creare dei sistemi e condurre dei collaboratori alla concretizzazione di un ideale, tutte queste attività necessariamente richiedono che un leader possieda un certo livello di coscienza del potere che gli è necessario e di come è possibile farne buon uso. 

Chi è alla ricerca esclusiva del potere da inizio ad un processo perverso. Il narcisista estremo in realtà, attraverso un processo tipicamente seduttivo, riesce a circondarsi di persone deboli, compiacenti, assoggettate. Se queste personalità accondiscendenti si sottomettono perché non hanno una motivazione forte per agire diversamente, è anche vero che altri approfittano della situazione per trarre vantaggi personali. Per contro, chi rifiuta l’assoggettamento indebito viene bollato in negativo come persona priva di adeguate capacità intellettive, come figura rigida, problematica. 

Chi utilizza la strategia delle sistematiche vessazioni, psichiche e morali, è convinto che l’altro meriti le ostilità. La vittima diviene così il capro espiatorio, il soggetto a cui addossare tutte le colpe. 

Le relazioni individuali subiscono una doppia mutazione, alcune si rafforzano, altre si disgregano rapidamente, così l’ambiente si orienta alla paura, all’egoismo, alla conquista individuale, alla difesa del territorio e dei benefici acquisiti. Nei confronti del conflitto si tende a restarne fuori, ognuno pensa a se stesso. Tutti temono che essere solidali con chi subisce la violenza possa poi rivelarsi penalizzante, perché l’aggressore li vedrebbe come figure ostili, personaggi nemici, traditori identificati con gli stessi ideali della vittima. 

Il dirigente che opera tutto questo distrugge il morale dei propri collaboratori ma, spesso, questo suo modo di fare viene addirittura apprezzato

La comunanza propria del genere umano, il senso di appartenenza ad un gruppo solidale, ad una istituzione, vengono eliminate, come fossero un fattore negativo alla crescita della comunità sociale.