venerdì 28 giugno 2013

Il Mobbing non è reato penale, la Violenza Privata si



E' successo a diverse persone di non riuscire a convincere il proprio Avvocato, che le vessazioni subite per motivi di lavoro possono essere ricondotte ad un reato già previsto nel Codice Penale della Repubblica Italiana. 

In questo breve spazio voglio indicare un esempio generico di come, un Magistrato, potrebbe scrivere il capo di imputazione in presenza della violenza perpetrata con la strategia delle sistematiche vessazioni, psichiche e morali. E’ un esempio nel quale si ipotizza che l’azione violenta venga esercitata da un superiore gerarchico nei confronti di un pubblico ufficiale, dipendente di una pubblica amministrazione. 

Ecco il testo:

“… IN RIFERIMENTO AGLI ARTICOLI 61, 81 E 610 CODICE PENALE, PER AVER (nome e cognome) DOLOSAMENTE REALIZZATO IN QUALITÀ DI DIRIGENTE RESPONSABILE DEL … , IN COLLABORAZIONE CON IL DIRIGENTE (nome e cognome), CON PIÙ AZIONI ED OMISSIONI, ESECUTIVE DI UN MEDESIMO DISEGNO CRIMINOSO, UNA COMPLESSA FORMA DI VIOLENZA PSICHICA NEI CONFRONTI DELLA PERSONA OFFESA, VIOLENZA FATTA DI PREPOTENZE, DI MINACCE ANCHE DI VIOLENZA FISICA, DI VESSAZIONI MORALI, DI REITERATA COMUNICAZIONE PARADOSSALE, VIOLENZA FINALIZZATA AD INTIMIDIRE ED UMILIARE (nome e cognome), PERSONA OFFESA, SOTTOPONENDOLO, DIRETTAMENTE ED INDIRETTAMENTE, NON SOLO NEL SUO AMBIENTE DI LAVORO E PER FINALITÀ ABIETTE, AD UN’ATTIVITÀ AGGRESSIVA COSTANTE, PORTATA AVANTI NEL TEMPO CON MODALITÀ COERCITIVE, PERSECUTORIE E VESSATORIE COMUNQUE TALI DA RENDERNE PARTICOLARMENTE INSOPPORTABILE E PENOSA LA PROSECUZIONE DEL RAPPORTO LAVORATIVO; ANCORA CON L’INTENTO DI MORTIFICARE LA PROFESSIONALITÀ GLOBALMENTE DA LUI ACQUISITA NELLA FASE PREGRESSA DELLA SUA STORIA LAVORATIVA, LEDERE LA CREDIBILITÀ, IL PRESTIGIO E LA CONSIDERAZIONE GIÀ GODUTA NELL’AMBITO LAVORATIVO, DEBILITARE LE SUE RESISTENZE PSICOLOGICHE, FERIRE ED UMILIARE LA SUA DIGNITÀ ANCHE ALLO SCOPO DI ‘DISCRIMINAZIONE NAZIONALE’ AI SENSI DELL’ARTICOLO 3 DEL DECRETO-LEGGE N. 122 DEL 26.04.1993 CONVERTITO DALLA LEGGE N. 205 DEL 25.06.1993, RIDURGLI INDEBITAMENTE LE OPPORTUNITÀ SOCIALI E PROFESSIONALI, NEGARE LA DI LUI INTEGRITÀ MORALE, FARGLI NASCERE UN SENSO DI IMPOTENZA, INADEGUATEZZA, PAURA E DIPENDENZA, ANCHE IN VIOLAZIONE DELL’ARTICOLO 4 DELLA LEGGE N. 251 DEL 10.08.2000, DELL’ARTICOLO 5 DEL DECRETO LEGISLATIVO N. 286 DEL 30.07.1999, DELL’ARTICOLO 13 DELLA LEGGE N. 300 DEL 20.05.1970 E DEL DECRETO LEGISLATIVO N. 216 DEL 09.07.2003 (DIRETTIVA 2000/78/CE), QUINDI COSTRINGERLO, IN UN PRIMO MOMENTO, AD OMETTERE DI SVOLGERE IL SUO MANDATO ISTITUZIONALE CON L’IMPARZIALITÀ, L’EQUILIBRIO E L’AUTONOMIA RICONOSCIUTA AI DIPENDENTI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE DALLA LEGGE, COSÌ DI FATTO IMPEDENDO QUELLA LIBERTÀ MORALE NECESSARIA AL PUBBLICO UFFICIALE NELL’ADEMPIMENTO DEGLI ATTI DEL SUO UFFICIO, E, SUCCESSIVAMENTE, ORGANIZZANDO UN’AGGRESSIONE CONTINUATA, UN OSTRACISMO COMPORTAMENTALE AVENTE LA FINALITÀ DI INDURLO A CHIEDERE UN TRASFERIMENTO O DIMETTERSI VOLONTARIAMENTE, VIOLANDO UN BENE GIURIDICO SPECIFICO E CIOÈ L’INTERESSE DELLO STATO AL NORMALE FUNZIONAMENTO ED AL PRESTIGIO DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE, CON LE AGGRAVANTI DI AVER COMMESSO IL FATTO CON INADEMPIENZA DEI DOVERI ISTITUZIONALI INERENTI AD UNA PUBBLICA FUNZIONE E NEI CONFRONTI DI UN PUBBLICO UFFICIALE”.

Se è vero che il mobbing di per se non può essere considerato reato nel nostro ordinamento, è anche vero che la Violenza privata, fattispecie descritta nell’articolo 610 Codice Penale, lo è a tutti gli effetti.

lunedì 17 giugno 2013

Il Discorso di Pericle


Atene, 431 a.C. 

"Qui ad Atene noi facciamo così.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo. 

Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo. 

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa. 

E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita a una politica, tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla. 

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore. 

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero. 

Qui ad Atene noi facciamo così".

domenica 2 giugno 2013

Psicopatici perversi


In questa esposizione intendo descrivere il tipico profilo della personalità psicopatica perversa, ovvero il soggetto che aggredisce con la strategia delle sistematiche vessazioni, psichiche e morali.
Il termine “assioma” in matematica è utilizzato ad indicare un enunciato, una proposizione che, sebbene non dimostrata, si assume come valida. In questa mia descrizione ho assunto come assioma la considerazione che il comportamento umano riflette l’identità della persona, ne consegue direttamente che il comportamento criminale di un qualunque individuo, prima, durante la realizzazione di un reato ed anche immediatamente dopo, riflette le sue caratteristiche personologiche.
Gli elementi riscontrabili ricalcano lo schema tipico delle dinamiche di potere quando la violenza viene esercitata da una personalità che viene frequentemente descritta come immersa in un quadro pervasivo di grandiosità, nella fantasia o nel comportamento, e nella necessità di ammirazione. In particolare quando un soggetto, in buona parte (anche se non necessariamente):

  • ha un senso grandioso di importanza (per esempio: esagera risultati, si aspetta di essere notato come superiore senza un’adeguata motivazione);
  • è assorbito da fantasie di illimitato successo, potere, prestigio sociale e professionale; 
  • crede di essere “speciale” e unico, e di dover frequentare e poter essere capito solo da altre persone (o Istituzioni) speciali o di classe “elevata”; 
  • richiede una certa ammirazione dai propri collaboratori; 
  • ha la sensazione che tutto gli sia dovuto, cioè la irragionevole aspettativa di trattamenti di favore o di soddisfazione immediata delle sue aspettative; 
  • essendo successo-dipendente, si prende il merito del lavoro e dell’impegno degli altri, scaricando la colpa dei propri errori;
  • opera sistematicamente lo sfruttamento interpersonale, cioè usa gli altri per raggiungere i propri scopi; 
  • manca di empatia, è incapace di riconoscere o identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri;
  • mira al “potere” per soddisfare interessi difficilmente riconducibili alla realizzazione degli scopi dell’organizzazione, così, sfruttando le risorse degli altri, da spazio ai propri obiettivi senza tener conto delle legittime prospettive altrui;
  • è invidioso degli altri e crede che gli altri lo invidino; 
  • mostra comportamenti o atteggiamenti arroganti e presuntuosi;
  • deve a tutti i costi averla vinta o sembrare dalla parte della ragione, per cui rifiuta la collaborazione per instaurare immancabilmente un clima di competizione, nel far ciò sottolinea in modo esagerato il proprio valore ed il proprio contributo, si mostra vanaglorioso e finisce per percepire i suoi colleghi o collaboratori in “bianco e nero”, come amici o nemici;
  • stabilisce per il gruppo e per l’organizzazione obiettivi esageratamente ambiziosi, quando non del tutto irraggiungibili; 
  • stima in modo poco realistico ciò che occorre ed i tempi necessari perché il lavoro sia fatto;
  • agisce per raggiungere i propri obiettivi operando senza tregua ed in modo compulsivo a spese di tutto il resto;
  • esercita una pressione esagerata sui collaboratori, portandoli allo sfinimento emotivo;
  • invece di delegare gestisce tutto nei minimi dettagli prendendo il sopravvento ed imponendo il suo personale sistema di valori e la sua personale visione del mondo, restando insensibile al costo che tutto questo comporta emotivamente per gli altri;
  • deve apparire positivo a tutti i costi, poiché eccessivamente interessato alla propria immagine pubblica, così da bramare manifestazioni di prestigio;
  • rifiuta le critiche o, comunque, reagisce ad esse con collera, anche quando sono realistiche, incolpa gli altri e non sa ammettere errori o debolezze personali.
  • è sostanzialmente incapace di introspezione psicologica e di apprendere dall’esperienza (emozionale e sociale);
  • trae piacere da comportamenti, atteggiamenti ed emozioni che non sono piacevoli per la maggior parte delle persone, e da comportamenti dannosi agli altri (comprendenti danni fisici, violenze, danni morali, impedimenti di ogni tipo al benessere altrui, ed inoltre alcune forme di crudeltà diretta o indiretta come le calunnie e le dicerie malvagie).